Riflessioni laterali sul referendum 2

 

La sinistra defunta

di Lapo Berti -

sinistraSe ce ne era bisogno, nel caso qualcuno non se ne fosse ancora accorto, l’esito del referendum ha prodotto l’ennesimo certificato della morte della sinistra, proclamandone l’irrilevanza politica oltre che il vuoto di idee. Di coloro che ancora blaterano su di una sinistra che non c’è e non ci sarà e diramano certificati di autenticità o condanne di eresia è meglio tacere.

La sinistra politica, nel senso in cui sembrano intenderla le autoproclamate forze di sinistra che ancora permangono in Italia e altrove, non esiste più da decenni. Il processo della sua scomparsa, dipanatosi lungo tutto il trentennio che ha visto la riscossa delle forze capitalistiche più radicali, è stato del tutto asintomatico. Questo spiega perché in tanti non se ne siano ancora accorti e perché in giro vi sia tuttora un certo numero di zombie che ritengono di rappresentare quella sinistra. La favola che gli zombie si raccontano è che alla fine degli anni settanta del secolo scorso è arrivata un’armata di “cattivi” guidata da esseri malvagi come la Thatcher e Reagan che ha distrutto il bel mondo che avevamo costruito. Dimenticano di osservare che questa armata di cattivi è arrivata al potere, e vi è stata confermata, con il consenso dei cittadini all’interno di sistemi democratici che, più o meno correttamente, ancora oggi prendiamo a modello. Il che, detto in altre parole, significa che il “compromesso keynesiano” è stato liquidito dal popolo, nel più totale disinteresse delle “sinistre”. Resta ancora da spiegare il perché.

La sinistra politica, in Italia e non solo, ha cominciato a morire quando è finita la politica progetto. La politica progetto era il prodotto, di origini ottocentesche ma con radici culturali settecentesche, di una visione che legava il miglioramento delle condizioni di vita delle “classi pericolose” alla realizzazione del paradiso in terra, detto anche comunismo. L’ideologia socialista, comunista ecc. era il cemento che teneva insieme i partecipanti all’impresa e il partito ne era lo strumento. Il sindacato, come si diceva, era la cinghia di trasmissione con la componente decisiva del blocco sociale su cui quella sinistra poggiava, la classe operaia. Gli ultimi decenni del secolo scorso hanno cancellato questo scenario. La composizione sociale che ne era stata protagonista si è dissolta. Sono cambiati gli atteggiamenti, i comportamenti, le aspettative, dei cittadini. Scomparso il paradiso in terra, tramontato il sole dell’avvenire, l’attenzione si è concentrata sui vantaggi materiali immediatamente conseguibili. Siamo sprofondati nella logica del breve periodo, che esclude qualsiasi progetto. La globalizzazione ha fatto il resto, risvegliando paure e alimentando conflitti, con l’esplosione delle migrazioni e la ricomparsa dei nazionalismi. Si sono fatte strada le soluzioni ipersemplificate, brodo di coltura del populismo. La cecità politica dell’oligarchia finanziaria globale ha fatto precipitare la crisi, mentre all’orizzonte si profilano inquietanti innovazioni tecnologiche nel segno del l’intelligenza artificiale e della comunicazione digitale. Qui siamo.

La sinistra politica è morta nel momento stesso in cui non ha saputo comprendere che l’affermazione del New Deal e del keynesismo rappresentavano il suo massimo successo, il punto più alto di influenza sulla società capitalistica che gli fosse consentito raggiungere e non è riuscita a trasformare quella vittoria, non perseguita e non voluta, in una visione della società praticabile e condivisibile. Si è così lasciato che anche il treno della socialdemocrazia passasse e andasse a perdersi nel deserto. Troppo a lungo gran parte della sinistra si è trastullata e illusa con prospettive palingenetiche, che avevano già peraltro dimostrato i loro effetti funesti laddove avevano avuto la possibilità di mettersi alla prova, mentre sul versante opposto, senza che nessuno a sinistra se ne accorgesse, il campo capitalistico si stava velocemente ed energicamente riorganizzando, sia sul piano dell’organizzazione economica che su quello dell’egemonia culturale.

Il “compromesso” keynesiano era, e forse ancora è, il modello di una possibile combinazione, socialmente accettabile, di un sistema economico governato dalla logica capitalistica e fondato su mercati più o meno concorrenziali e di uno stato impegnato a garantire un livello sostenibile di benessere sociale e a mantenere la disuguaglianza entro limiti accettabili. Impresa che oggi appare titanica, dato lo spaventoso divario fra le forze in campo. Impresa, tuttavia, che può essere affrontata solo dopo aver riconosciuto fino in fondo i motivi che hanno determinato la sconfitta silenziosa delle sinistre di tutto il mondo e dopo essere riusciti a mettere finalmente in campo una lettura dei processi di cambiamento avvenuti e ancora in atto, che stanno riplasmando il panorama sociale globale. Solo per questa via si potranno individuare le nuove opportunità di ampliamento della democrazia e di estensione del benessere collettivo.

Nel frattempo, tanto per cominciare, un argomento di riflessione: perché, in una situazione sociale che in tanti si compiacciono di descrivere come divisa tra un 99% di persone arrabbiate perché deprivate e un 1% che continua ad accumulare ricchezza, il 99% non riesce a venire a capo dell’1%?

 
 

 

 

 
 
 

0 Comments

You can be the first one to leave a comment.

 
 

Leave a Comment