Abolire i paradisi fiscali

Rischia di saltare un progetto per recuperare migliaia di miliardi di dollari dai paradisi fiscali

di Nicholas Shaxon –

I paradisi fiscali, insieme con il sistema bancario ombra che su di essi si regge, sono il cancro che sta minando il sistema economico globale. E’ il sistema offshore che consente all’oligarchia finanziaria globale di accumulare e di manovrare immense somme di denaro al riparo di qualsiasi controllo e al di fuori di qualsiasi limite. Non sarà possibile riconciliare il capitalismo finanziario con la democrazia se non si aboliscono i paradisi fiscali. Non è una battaglia facile.

La Svizzera e altri specialisti dell’offshore stanno facendo del loro meglio per far fallire la trasparenza internazionale in materia di tasse.
Il mondo sta assistendo ai primi sommovimenti di una nuova architettura della trasparenza internazionale in materia di tasse che, se portata avanti, per la prima volta potrebbe aiutare i governi a recuperare rilevanti entrate dai 21-32.000 miliardi di dollari che si stima si trovino offshore. La Svizzera, in combutta con i paradisi fiscali del Lussemburgo, dell’Austria e della Gran Bretagna, sta guidando la carica per sabotarla.
La battaglia in corso è imperniata su di un potente principio di trasparenza, chiamato scambio automatico d’informazioni. Secondo questo principio, i governi si scambiano abitualmente informazioni sui patrimoni e sui reddito detenuti all’estero dai rispettivi cittadini in modo da poterli tassare in maniera appropriata. E’ il gold standard della trasparenza e la base di un progetto europeo multilaterale, la European Savings Tax Directive, che comprende 42 paesi, europei e non. Questo progetto multilaterale è pieno di buchi, ma c’è ed è in funzione. Si stanno preparando emendamenti per tappare questi buchi.
Un altro pilastro di questa nascente architettura è gestito dall’OCSE, club di paesi ricchi di cui fanno parte diversi paradisi fiscali (compresa la Gran Bretagna, che in parte controlla molti dei maggiori paradisi fiscali, come le isole Cayman, le isole Vergini britanniche e l’isola di Jersey).
Il progetto OCSE funziona sulla base di un principio di trasparenza ridicolmente debole: scambio d’informazioni a richiesta. Non si possono fare richieste d’informazioni generali a un paradiso fiscale: bisogna chiedere caso per caso. Ciò significa che, prima di richiederle, occorre sapere quali sono le informazioni che si stanno cercando. Sono ben poche le informazioni utili che viaggiano attraverso questi canali così ristretti.
L’OCSE gestisce anche un sistema di liste nera, bianca e grigia di paradisi fiscali. Per avere un’idea di quanto utile sia questa lista, si pensi che nell’aprile 2009, quando i leader del G20 dichiararono che “l’era della segretezza bancaria è finita” e chiesero all’OCSE di muovere all’attacco, la lista nera fu vuota nel giro di appena cinque giorni. Il G20 chiedeva all’OCSE di drenare la palude e si distribuite cannucce per bere. Il progetto un po’ aiuta, ma non è niente a confronto del progetto europeo.
Gli Stati Uniti stanno creando un terzo pilastro sulla base del Foreign Account Tax Compliance Act, che impone alle istituzioni finanziarie di rivelare alle autorità i conti esteri detenuti da contribuenti americani. Come il sistema europeo, funziona in base al principio dello scambio automatico d’informazioni e, sebbene istituito originariamente in maniera unilaterale, gli Stati Uniti stanno ora spingendo per accordi di reciprocità con altri paesi. Con il passare del tempo, ci si aspetterebbe una crescente cooperazione e legami trasversali fra i progetti battistrada di Europa e Stati Uniti e con altri paesi.
Nell’agosto dell’anno scorso, la Svizzera ha messo un bel bastone fra le ruote dei lavori. Ha sottoscritto accordi fiscali bilaterali – “Accordi Rubik” – con la Germania e la Gran Bretagna, basati su di un principio del tutto diverso: i ricchi che detengono conti in Svizzera possono mantenerne la segretezza e limitarsi a pagare un’imposta straordinaria sul patrimonio tramite ritenuta alla fonte e un piccolo tributo sul reddito futuro. “Fidatevi di noi”, dicono i banchieri svizzeri, che hanno un sacco di modi per aiutare le persone più ricche del mondo ad aggirare le norme della società civilizzata.
Le autorità fiscali britanniche hanno promesso che questo avrebbe fruttato un allettante tesoretto: da 4 a 7 miliardi di sterline per una Gran Bretagna in austerità e con le casse vuote. Ma gli accordi sono pieni di tremende scappatoie, alcune così madornali che assomigliano a segnali messi nel testo per dire: “Evadimi qui”. Si può svignarsela attraverso l’una o l’altra tramite fondi comuni d’investimento flessibili, fondazioni, coperture assicurative, società offshore e così via – oppure si può semplicemente trasferire la propria ricchezza a Singapore.
Un’analisi giudiziaria condotta l’anno scorso dal Tax Justice Network ha rivelato che il Rubik britannico non raccoglierebbe nemmeno un decimo della somma promessa. L’analisi è stata inviata all’HMRC (Her Majesty’s Revenue and Customs, l’organo governativo preposto alla riscossione delle tasse, N.d.R.), alle autorità fiscali elvetiche, ai banchieri svizzeri e a molti consulenti fiscali. Nessuno ha potuto respingerla. La risposta dell’HMRC? Si è defilato.
Il piano Rubik è un bidone svizzero e un’umiliazione per il governo britannico. Se riuscisse, come ha detto il professor Itai Grinberg della Georgetown University, “impedirebbe che emerga lo scambio d’informazioni automatico e multilaterale”. L’Associazione bancaria svizzera, che ha progettato Rubik, ha ammesso esplicitamente che il suo intento originario era di “impedire” uno scambio d’informazioni automatico: in altre parole, far fuori la European Savings Tax Directive. In particolare, sono ora bloccati emendamenti cruciali ed efficaci per tappare i buchi della Direttiva, perché il Lussemburgo dice che non li accetterà mai se la Germania e la Gran Bretagna (e ora il paradiso fiscale dell’Austria, che ha firmato il suo accordo Rubik) ottengono un trattamento bilaterale speciale dalla Svizzera. Questo ostruzionismo era fin dall’inizio nei piani. Il Commissario europeo al fisco, Algirdas Šemeta, ha criticato aspramente il coinvolgimento del Lussemburgo e dell’Austria in questo gioco degli scacchi politico. “Non riesco a capire”, ha detto, “come qualcuno possa voler rendere ancora più difficili gli sforzi di consolidamento di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna e di molti altri stati membri tenendo in sospeso questa questione”.
Grazie al cielo, il Bundesrat tedesco molto probabilmente respingerà il suo accordo Rubik nella votazione di venerdì (*). L’accordo, sostenuto vigorosamente dal ministro delle finanze Wolfgang Schäuble per ragioni che sa solo lui, è stato attaccato dai politici dell’opposizione. Un alto funzionario del partito verde l’ha definito “uno schiaffo in faccia a tutti i contribuenti onesti”; e il capo del partito socialdemocratico ha accusato la banche svizzere di essere impegnate in un “crimine organizzato”. Se la Germania respinge l’accordo, come sembra probabile, sarà agevole trattare con l’Austria, lasciando sola la Gran Bretagna come ultimo grande ostacolo all’avanzamento del più grande progetto di trasparenza che il mondo abbia mai visto.
Il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, nel suo discorso sul bilancio, ad aprile, ha descritto l’evasione e l’elusione fiscale come “moralmente ripugnanti”. Mal il suo accordo fiscale con la Svizzera, come un’azione di disturbo fiscalmente inutile, è il sogno di ogni evasore fiscale. Il governo lo deve respingere immediatamente. Se non lo fa, i laburisti devono impegnarsi ad abolirlo o saranno messi alla gogna.

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(*) Effettivamente, il 23 novembre scorso il Bundesrat, il Senato tedesco, a maggioranza socialdemocratica e verde, ha votato contro l’accordo con la Svizzera perché contiene troppe lacune e va contro l’equità fiscale. In ottobre l’accordo era stato approvato dall’altro ramo del parlamento. Ora un comitato di mediazione fra le due camere tenterà di trovare una via d’uscita. Anche l’Italia sta negoziando con la Svizzera un accordo Rubik (nota della Redazione)

Ripreso da The Guardian, 22 novembre 2012. Traduzione a cura della Redazione di Lib21.

Nicholas Shaxson è autore di Treasure Islands: Tax Havens and the Men Who Stole the World. Scrive per il Tax Justice Network